Adieu, Karl Lagerfeld.

A meno di un mese dalla scomparsa di Karl Lagerfeld, The Style Journal si ferma a riflettere sulla legacy che questo incredibile designer si è lasciato alle spalle, le sue influenze sul mondo della moda e gli echi di un lavoro dal peso specifico davvero impressionante. Lo stilista tedesco è stato voce portante dello Zeitgeist nel fashion degli ultimi cinquant’anni: un fashion masterclass sul suo operato è d’obbligo, per conciliare la memoria dell’uomo che ci ha lasciato con le lezioni di stile impartite anno dopo anno, passerella dopo passerella.

A meno di un mese dalla scomparsa di Karl Lagerfeld, The Style Journal si ferma a riflettere sulla legacy che questo incredibile designer si è lasciato alle spalle.

Sempre in nero, con delicati accessori bianchi o in madreperla.


Karl nasce ad Amburgo in una famiglia agiata, ma molto tradizionale e, fin da piccolo, la gabbia dorata dell’alta borghesia è una costrizione che lo porta a cercare una sua ribellione in tutto ciò che fa – pur godendo placidamente delle fortune che un ambiente facoltoso riesce ad offrirgli. L’anno di nascita rimane un enigma; infatti la mancanza del certificato, modificato dalla madre ad un certo punto del suo iper-controllo sul giovane Karl, fa si che si proceda solo per supposizioni: 1933, come si evincerebbe dal suo festeggiamento dell’80esimo compleanno nel 2013, ma anche 1935, come rilasciato in un’intervista o 1938, come da sito biografico. Appena adolescente, Karl lascia la Germania per dirigersi con la madre a Parigi, città che si armonizza di più al suo spirito, rispetto alla fredda Amburgo; qui attua una rapida ascesa nel mondo della moda, consolidando la sua presenza tra nomi secolari quali Pierre Balmain e Yves Saint Laurent.

Da anonimo figlio di una famiglia teutonica conservatrice a fashion guru che porta una ventata di aria fresca nel settore dell’abbigliamento, rendendosi egli stesso agente mutageno, con look caratteristici e molto riconoscibili (guanti con le dita tagliate, codino argenteo, lenti nere) che hanno influenzato generazioni di designer a seguire e hanno consolidato la figura di direttore creativo come creatura simil-leggendaria, un po’ sopra le righe e capace di tutto.

“I’m a kind of fashion nymphomaniac who never gets an orgasm.”


Lo stilista tedesco inizia a lavorare in Fendi nel 1965, rivoluzionando la fashion house italiana nel profondo; nel 1980 fonda il suo brand omonimo, Lagerfeld, con cui produceva fragranze e abbigliamento per entrambi i sessi, collaborando anche con case di fast fashion (un episodio senza precedenti) come H&M. È il 1983 quando Karl atterra in Chanel, raccogliendo la pesante eredità di una maison che stava visibilmente peggiorando. Con uno sforzo creativo immenso, fatto di collezioni innovative ed eleganti e catwalk spettacolari, il designer riesce a restituire al marchio francese quel lustro andato perduto, ammodernandone l’allure e rendendolo nuovamente un caposaldo del settore del lusso. Basti pensare che dalla quasi bancarotta degli anni ottanta, nel 2016 il fatturato della holding di Chanel ammontava a più di un miliardo e mezzo di euro.

Gli interessi di Karl erano molteplici: dall’architettura alla fotografia, passando per la storia e la politica. Ma soprattutto, le persone. Pur ponendosi spesso e volentieri come figura scomoda, Lagerfeld si circondava di muse e uomini di successo, carpendone i segreti e le storie e riadattandoli nelle sue opere, come un continuum tra ciò che lo circondava ed il suo processo creativo.

Karl e Hedi: generazioni di geni creativi a confronto.


Interesting fact: Nel 2011 Lagerfeld si sottopone ad una dieta forzata, perdendo più di 40kg in tredici mesi, seguendo un percorso creato appositamente dal dottor Jean-Claude Houdret, che ne ha tratto un libro chiamato The Karl Lagerfeld Diet, con il solo scopo di indossare gli abiti disegnati da Hedi Slimane, giovane designer prolifico, che Karl riconosceva come talento assoluto e che attualmente lavora per Celine come direttore creativo.

La sua scomparsa lascia un cratere nell’Olimpo degli stilisti con la S maiuscola; è quindi doveroso, per rendere omaggio al Kaiser, ripercorrere cinque tra i suoi show più iconici, così come progettati dalla sua mente geniale.

 

Chanel Spring/Summer 1994

Collezione ispirata alla strada, le folle urbane, le mode: insomma, tutto ciò che uno street photographer avrebbe catturato in quel momento scattando fotografie per Parigi, Milano o New York. In passerella Kate Moss, Naomi Campbell e Claudia Schiffer trasformano Chanel in un marchio giovane ed al passo con i tempi, che strizza l’occhiolino alla cultura hip-hop, di cui peraltro Karl dice nel 1991: “I rapper dicono la verità – questo è ciò che è necessario ora.”

 

Fendi Great Wall of China Show 2007

Lagerfeld alla conquista dell’Asia, sfilando, per la prima volta nella storia della moda, su una delle sette meraviglie del mondo: la Grande Muraglia cinese. Fendi cementifica la sua presenza ed influenza sul mondo asiatico grazie a questo show denso di elementi scaramantici e di buon auspicio: dalla passerella, lunga 88 metri, alle molteplici ripetizioni dei numeri 8, passando per la presenza di un forte colore rosso e di forme rotonde – tutto studiato nei minimi dettagli per catturare la mente dei consumatori est-asiatici.

 

Karl Lagerfeld Fall/Winter 2008

Per il suo brand omonimo, Karl Lagerfeld disegna una collezione affine al più classico Chanel, con un trionfo di nero, fiocchi, merletti e lane pregiate. In passerella, l’ennesima sfilata di nomi iconici della moda contemporanea, ma con un twist più mascolino, quasi sartoriale.

 

Chanel Fall/Winter 2014

Una delle runway più conosciute di Kaiser Karl: l’intero set della sfilata si trasforma in un supermercato totalmente brandizzato Chanel, in cui le modelle camminano senza un ordine apparente, ma seguando liste della spesa immaginarie, proprio come farebbe un avventore di un supermarket tra gli scaffali. Il designr gioca con colori pastello e cappelli pillow box, simboli di un’eleganza vivace che mancava da più di vent’anni.

 

Chanel Fall/Winter 2019

Il canto del cigno del designer tedesco è spettacolare, come ogni altro suo show; regna tuttavia una malinconia pesante, che culmina con la sfilata finale di tutte le modelle mano nella mano, con i volti rigati dalle lacrime. Il set d’ambientazione è ricco di dettagli: Le Grand Palais si trasforma in un villaggio di montagna, con chalet, neve artificiale e attrezzature sportive firmate Chanel. Un minuto di silenzio prima dell’inizio, but the beat goes on.